Partecipare e decidere: insieme è meglio

di Giovanna Senesi

Riprendendo la riflessione sulla partecipazione attiva dei cittadini, durante una  ricerca sull’argomento, ho trovato una interessante pubblicazione della Regione Emilia-Romagna (quaderni della partecipazione), che penso possa essere utile a tutti noi, per ragionare ed approfondire questi argomenti. 

PARTECIPARE E DECIDERE. INSIEME E’ MEGLIO

Questa definizione dice molto, soprattutto evidenzia quanto sia complicato il rapporto cittadini/amministratori . Lo sforzo fatto nella pubblicazione analizza le diverse implicazioni che comportano nell’amministrare la cosa pubblica tenendo conto dei vari aspetti, qui di seguito così classificati:

la complessità dei problemi socio-economici e ambientali richiede risposte diversificate (tecniche, normative, economiche, sociali, culturali, gestionali);

crisi della rappresentanza politica e delegata (democrazia rappresentativa);

sfiducia nelle istituzioni rispetto ai processi decisionali;

domanda di un maggiore protagonismo e impegno individuale, e desiderio di intervenire in prima persona per rispondere a vecchi e nuovi bisogni personali e sociali;

crescita di nuove forme di organizzazione del volontariato sociale, del no-profit e di iniziative di cittadinanza attiva sul territorio;

evidenza di limiti connaturati dei processi decisionali tradizionali, che creano sempre maggiori conflitti sul territorio, spesso dovuti al non coinvolgimento dei diversi attori e delle comunità locali nelle fasi preparatorie (sindrome DAD =  Decido -Annuncio- Difendo);

numerosi casi di conflitti scatenati da cittadini organizzati in comitati, in opposizione a scelte considerate una minaccia alla sicurezza e alla qualità della vita (sindrome NIMBY = non nel mio giardino);

scarsa collaborazione e coordinamento tra istituzioni e settori diversi, e rinvio delle responsabilità: (sindrome NIMO = non di pertinenza del mio ufficio)

I costi sociali, economici, ambientali e istituzionali dei processi decisionali classici sono maggiori, complessivamente, rispetto a quelli dei processi decisionali inclusivi o partecipati.

Ho voluto mettere in condizione chi legge di conoscere quanto è diffusa, nel settore pubblico la consapevolezza di queste problematiche, e quante “sindromi” esistono e si scontrano, quando queste due sfere –  cittadini e amministratori pubblici/dipendenti – entrano in contatto; analogo conflitto può manifestarsi anche nel rapporto utenti e servizi, e, naturalmente, con forme anche più crude, tra clienti e servizi privati.

Negli anni in cui si cominciò ad affrontare questi temi, nacquero le CARTE DEI SERVIZI, a  favore dei  cittadini: alcune funzionano bene e sono utili, altre meno efficaci. L’offerta privata è vasta e prevalentemente commerciale: per carità di patria, non mi esprimo sui vari numeri verdi, che, spesso e volentieri, sono registrati e, salvo eccezioni, lasciano al cittadino un rapporto tutto sommato freddo.

Le tecnologie sono utili, pur restando uno strumento: non danno quel riscontro ravvicinato di cui una persona ha bisogno, se ha deciso di contribuire alla vita del luogo dove vive, o lavora.

Oggi ognuno, a suo modo, vuole conoscere, approfondire, suggerire idee, proposte, consigli, suggerimenti, ecc.

So che parlare di partecipazione attiva dei cittadini, a chi oggi è impegnato nella gestione della cosa pubblica, fa venire l’orticaria. Per queste ragioni, leggendo sia gli statuti, che i regolamenti di diversi Comuni, fatte salve le eccezioni, la partecipazione viene si trattata, ma nella maniera più burocratica possibile: se permettete, un modo vecchio di intendere la partecipazione.

I comitati spontanei che si costituiscono vengono vissuti come un disturbo. Se poi contestano vivacemente, qualche volta vengono cortesemente ricevuti dal rappresentante politico di turno dell’amministrazione comunale, e forse qualcuno può ottenere anche dei successi. Spesso e volentieri le istanze presentate restano, però, parecchio tempo in attesa di risposte, alcune poi non ne ricevono nessuna.

Faccio questi piccoli esempi, perché sono convinta che una buona amministrazione pubblica, deve porsi innanzitutto l’obiettivo di rapportarsi con il territorio che amministra, con modalità specifiche, permanenti e conosciute, per garantire quella “trasparenza” che tutti a parole invocano. Deve dotarsi di tutti gli strumenti possibili, anche innovativi, per prevenire la nascita di problemi, ed agire allo scopo di dirimere eventuali contrasti, non trincerandosi  dietro regole e norme (che andrebbero aggiornate ai nuovi tempi che viviamo).

Ignorare le istanze presentate non scioglie le questioni poste dai cittadini, al contrario ne aumentano  la sfiducia, offendono il senso civico esistente, specialmente in una città viva e vivace come Milano. Talvolta, questi comportamenti generano disagio, costi sociali, ambientali ed istituzionali  maggiori, a tutto danno di una sana e trasparente gestione della pubblica amministrazione, i cui costi, fino a prova contraria, sono sempre e comunque a carico dei cittadini che pagano le tasse: aspetto, quest’ultimo, che non dovrebbe mai essere dimenticato da chi accetta incarichi pubblici.

Un Comune moderno deve trovare nel suo statuto e nei suoi regolamenti nuove forme di confronto con i propri cittadini,” tavoli di condivisione” istituzionali per approfondimenti, informazioni, definizione dei tempi. Nei casi di contrasto inconciliabile, resta sempre aperta la strada dei ricorsi al TAR, così come previsto dalle attuali leggi.

La co-partecipazione non solo genera consenso sulle decisioni da prendere, ma fa incrementare e  sviluppare nel territorio quel senso di appartenenza, che sta alle radici della “milanesità”: caratteristica sviluppatasi negli anni grazie ai servizi che grandi Sindaci, negli anni, hanno reso a questa città, ed ai suoi abitanti orgogliosi di viverci.

Mi piacerebbe che le questioni qui affrontate fossero oggetto principe di coloro che si candideranno alle prossime elezioni amministrative: i milanesi hanno il dovere di partecipare alla vita della propria città, così come quello di pagare le tasse, ma devono avere anche il diritto  riconosciuto di poter partecipare alla vita della città con le modalità  più trasparenti che esistano.