Alla fine con la matita scrivevo

di Annalisa Scandroglio

E’ stata colpa di questo caffè, portato dal Brasile a Milano nel mio zaino.

Con la mano destra tenevo tra le dita la matita rossa. La punta arrotondata era la morbidezza che mi concedevo solo da bambina, mi sarebbe piaciuta più affusolata solo qualche anno dopo, netta e a prova di sbagli.

Alla fine con la matita scrivevo, all’inizio con la matita disegnavo.Prima una bocca, poi l’altra. Il rosso morbido della punta si segregava tra i bordi delle labbra sulla carta a quadretti. Ho sempre preferito gli spazi aperti di quella a righe.
Ogni volta che la guardavo truccarsi, la distanza tra il water e il lavandino mi faceva sentire come su una nuvola da cinema, postazione perfetta per pensare a come disegnarli meglio, quei bordi che contenevano tutto quello che lei disegnava sui suoi, di carne. Il gesto era lo stesso. Senza alcun dubbio preciso.
Nessuna esitazione nel disegnare il mondo di parole che non pronunciò mai davanti allo specchio mentre passava prima la matita e poi il rossetto col pennellino.

Tutte le parole e i sorrisi che avrei voluto sentire erano nascosti per bene dietro al color mattone, che io non usai mai tra i miei fogli, solo tra i quadretti, mai sulle righe.

Da lì imparai a rimanere in silenzio e ad usare le labbra colorate solo serrate per comunicare la mia voglia di cancellare le sottolineature, le definizioni, l’evidenza con un lunghissimo silenzio Carioca.

Lei non mi guardava mai. Io la guardavo sempre.

La sua bellezza era distante e mi faceva pensare di volere andar lontano per vedere se ce n’erano altre come lei, ma i suoi capelli scuri mi legavano a terra e io contavo le radici che continuavano a crescere sulle mie gambe.
Solo quando incrociavo le braccia, le radici si fermavano e lei prendeva a guardarmi per un attimo lungo e intricato come i suoi capelli. Riponeva i desideri nell’astuccio verde insieme alla matita, al rossetto e al pennello e chiudeva tutto con la cerniera d’oro.

Sapevo cosa dovevo fare con le braccia libere: correre al tavolo e disegnare per lei tutte le libertà nascoste tra le sue radici e la mia testa.

Sì! E’ profumo di caffè carioca questo!

AS / giudaiscarioca.wordpress.com

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