Vivere e Condividere (introduzione ad un libro mai scritto)

di Monica Paes, Radio Popolare

Ho due giorni per organizzare del materiale e mettere giù due capitoli per far capire all’editore che cosa ho in mente con questo volume. Sono piuttosto libera, è solo venerdì. Devo sedermi davanti al mio amato computer e lavorare.  So che quando inizio, dopo un po’ vado liscia, il lavoro rende, mi diverto, non mi accorgo del tempo. Due giorni bastano e avanzano, tanto è solo un’imbastitura. Invece, non inizio. Penso alle parole, come quando ero ragazza a Rio e scrivevo le poesie solo in testa, sull’autobus, andando da Barra alla Cidade, la mattina presto, un’ora di viaggio guardando il mare.  Ancora oggi le so a memoria.  Prendo la chitarra, suono Sozinho nella versione di Caetano, provo Ronda di Vanzolini, ma non mi vengono più tutti gli accordi – gli accordi delle canzoni brasiliane sono sempre un’infinità – quindi vado al computer e ritrovo le cifre giuste, quelle che quest’estate avevo imparato così bene e che un minuto fa non mi ricordavo più. Già che ci sono, ascolto la versione di João Gilberto su Youtube: un capolavoro questo samba-canção, ancora poco conosciuto qui.

Dalla chitarra vado al pianoforte.  Prima, fumo.  Oggi è da questa mattina che fumo più del solito, ho le farfalle nella pancia, so che devo iniziare a lavorare, che se ci metto ancora un po’ a partire, forse il tempo non basterà.

Per parlare di musica, devo avere ben presente cosa mi fa provare, viverla. Vado al pianoforte, lo suono da quando ero bambina, se qualcuno mi ascolta, sbaglio tutto, non mi sono mai dedicata come si deve.  Ultimamente sto migliorando.  Ho composto un pezzo, due minuti scarsi, roba da dilettanti, ma è la prima volta nella vita che invento qualcosa di musicale.  Successo nell’ultimo gennaio proprio mentre mi dovevo preparare per una tavola rotonda a Padova sulla musica brasiliana.

Con le stesse farfalle a passeggiarmi dentro, mi sono venute delle sequenze di note, ho scritto un racconto che racchiude un dialogo, l’ho fatto sulla tastiera del piano invece che su quella del computer.  Strano.  Da allora devo suonarlo tutti i giorni perché ho paura di dimenticarmelo, la musica non la so scrivere, ho chiesto aiuto a mia figlia che invece è capace, ma picche, anche se ha solo dodici anni, non ha tempo. Alla sua età, io di tempo ne avevo, andavo al mare tutti i giorni.  Fa niente, non me lo dimenticherò, basta suonarlo ogni tanto. A volte mentre lo suono, trovo una nota qui e altra là che lo migliora, lo rende – forse – meno scontato.  L’ho chiamato Racconto. Fatto, suonato, è successo anche oggi, ho cambiato una nota, una sola, e adesso mi piace di più.  Bella sensazione, voglia di dirlo a qualcuno, lo scrivo qui.

C’è il sole, le giornate si sono allungate, dovrei portare il cane al parco.  Quando vado al parco, canto mentre cammino.  Al Parco Lambro di Milano negli orari in cui vado io, non c’è mai nessuno.  Canto, a volte, anche a voce alta, fregandomene.  Non sono proprio capace.  Ma è così bello cantare… Solo che oggi devo lavorare ai due capitoli di un presunto futuro  libro.   Lascia perdere il parco, perditempo che non sei altro, vai su e inizia.  Passo dalla cucina, un caffé, un’altra sigaretta.  Penso a Carlos Drummond de Andrade che in un poema ha detto: per scrivere l’importante non è raccontare qualcosa di bello o di brutto che vedi o di speciale che provi o che ti succede.  Per scrivere, bisogna penetrare lenta e profondamente nel regno delle parole, trovare la chiave.  Domarle dall’interno.  Era Drummond, nato per scrivere, io sono nata per fare un po’ troppe cose, mi sa.

Finalmente, sono davanti al computer. C’è la pagina di iTunes aperta sul disco di esordio di Karina Buhr che ho appena scoperto e sento tutti i giorni da una settimana.  Sono costretta a riascoltarlo, dai, lo faccio mentre scrivo.  Bugiarda, mai stata capace di sentire la musica mentre fai altro.  Non so come facciano le mie ragazze, sempre a studiare sentendo la musica.  Io non sono capace, la musica mi porta via, tutte le volte.

Il disco di Karina Buhr si chiama “Eu menti pra você” (Ti ho mentito) e sono tredici canzoni scritte da lei, tutte belle, diverse tra loro.  “Moderne”, ha detto un amico quando gli ho fatto sentire qualcuna, in macchina.  Quest’amico ha una cultura musicale eccezionale.  Anzi, è uno che si è fatto una cultura eccezionale e punto, non solo musicale.  Non è brasiliano, non è italiano, potrebbe essere inglese, invece è arrivato da un paese africano, quando di africani in Italia ancora quasi non c’erano.  Se mi dice che è “moderno” anche se “moderno” è una parola che suona antica, so che ho ragione, che Karina ha futuro.  Lui è antico, questo mio amico, o meglio, è senza tempo.  Tornando a Karina Buhr adoro il suo accento del Pernambuco, nordest brasiliano.  La sua voce è rilassata.  I testi sono geniali, in particolare quello della seconda traccia, “Bem-vindas”, che mi traduce perfettamente in questo periodo.

Le parole delle canzoni popolari dicono con precisione, tante volte, quello che proviamo, che siamo.  Quanta consolazione nel sapere che sentiamo in tanti le stesse cose, che non si è marziani,  che si è, per tanti aspetti, molto simili.  Umani.   Il livello poetico dei testi delle canzoni popolari in Brasile è altissimo, eccezionale. Certo, Vinicius de Moraes era un diplomatico, aveva studiato a Parigi, poeta pubblicato, membro dell’Accademia di Lettere Nazionale.  Ma ci sono perle scritte da abitanti delle favelas, bravissimi sambisti che non sono mai andati a scuola. Scrivevano da maestri, poeti fatti e finiti, padroni di un lirismo asciutto, un’ironia fine, rime impreviste, quel fatalismo tipico dei brasiliani.   Ed è vero, nelle canzoni spesso si parla d’amore, però la tradizione popolare della musica in Brasile affronta tanti altri temi, anche molto meno nobili, roba di tutti i giorni. Ti fanno riflettere, ridere, scoprire, capire, crescere.

Volevo provare a far capire cosa combina la musica, dentro la mia vita. Certo, i miei giorni, non sono di solito come questo che ho appena descritto. Di solito ho molte più cose da fare e meno farfalle a volteggiarmi dentro.  Per fortuna, fumo anche molto meno.  Ma la musica, le parole, i significati, ascoltare, cantare, gli strumenti musicali, adoperare tastiere e penne sono dentro il mio quotidiano come il mangiare, il bere, l’interagire con le persone a chi voglio bene, le mie svariate e scostanti attività lavorative.  Sono sicuramente molto fortunata di poter vivere una vita così.  Godo  un privilegio incredibile che ho avuto modo di condividere per tutti questi anni, attraverso la radio e adesso anche – chissà – tramite questo futuro presunto libro.

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