Bovisa Blues (dalla Bovisa alla Luna)

di Giordano Di Fiore

Veronica è a Parigi, troppo costoso raggiungerla. A Milano fa caldo, c’è una temperatura ideale, non la solita afa: del venticello frizzante, a tratti, allieta i pensieri. Solitudine, la solita solfa: spesa da solo, cucina, divano..no, è venerdì sera. Provo a sentire qualche amico, ma mi accorgo che non è ciò che voglio. Mi concedo un lusso: una carbonara in Piazza Bausan. Ore 23, sono l’ultimo cliente: mi fanno mangiare per atto di compassione, immagino. Pago il conto, esco. No, non vado a casa. Due passi, direzione Piazza Nigra. Sono un po’ assonnato, chi ce la fa a camminare? D’improvviso, lo sferragliare del 2, così elegante nel suo look anni 60. Ma sì, lo prendo. Non ho niente da fare. E il 2 fa un percorso di tutto rispetto. Non ho il biglietto, tento la novità: il ticket via sms. Non ci riesco, rischio. Tanto è tardi.

Fino a tutta via Farini, mi diverto ad ascoltare due ragazzi. Lui, laureato in Brera, ed artista, rapper, graffitaro, pittore. Lei, ancora studentessa, con le idee molto meno chiare. Lo sta ad ascoltare. Ridono. Lui le fa vedere le foto dei suoi lavori. Le parla di improbabili rapper, che lei non conosce. Sono simpatici. Lui ha un marcato accenno sardo, lei sembra pugliese. C’è quell’imbarazzo da flirt. Lui parla un po’ troppo a voce alta, forse parla troppo di se.Un po’ ascolto, un po’ mi accoccolo sul sedile, fantasticando. In Duomo, salgono nuove compagnie, direzione Colonne di San Lorenzo. Io, che sono un curioso e pettegolo, cerco di seguire in contemporanea almeno dieci conversazioni, con molta fatica. Sale anche un cinquantenne, col classico aspetto da milanese, curioso, perché boccheggia tipo pesce. Non capisco se sia un tic, o una difficoltà respiratoria.

Su corso Genova, sale la gente trendy: ragazzi giovani, modelle americane, al collo pass per l’expo. Immagino vadano ai Navigli. Io non ho ben chiara la mia meta. Ma il tram si ferma in Porta Genova, non prosegue oltre. Scendo, mi addentro anche io da quelle parti. Mi piace la via tutta pedonale, pur soffocata da quel palazzone anni 80. Mi piace vedere questa quantità enorme di ragazzi. E’ incredibile, perché c’è un momento in cui tu non fai più parte di quella cosa lì, e te ne accorgi per caso. La gioventù è una bandiera che si imbraccia. Poi, improvvisamente, ti allontani dalla causa: meglio, è la bandiera stessa che si allontana da te. E ti trovi lì, confuso, perché, in fondo, non te n’eri accorto. Pensavi di essere ancora in trincea. Ed invece, ti trovi come in un safari, a vedere genti diverse da te, che parlano un linguaggio diverso dal tuo, e fanno cose diverse, con spirito diverso. Mi trovo a cercare le somiglianze con i “miei tempi”. In realtà, sono fin troppe. La differenza più grossa, che ti accompagna dal tram ai locali, è lo smartphone. Non è raro imbattersi in tavolate dove, contemporaneamente, tutti stanno guardando il cellulare. Facendo un salto nel tempo, descrivo immediatamente una scena del mio viaggio di ritorno, in cui due ragazzi commentano, ridendo e parlando ad alta voce, le foto di una coetanea brutta, su facebook (“..sembra un tricheco..”). Tutto questo, mentre quello seduto a fianco a me riceve una telefonata (il suo telefono, un Samsung di ultima generazione, è grande, più o meno, come una cabina della Telecom), in cui lo sento parlare di batterie, non per suonare, proprio quelle che alimentano l’oggetto del desiderio.

Deliri collettivi e mass-market a parte, non vorrei passare per vecchio brontolone, sono, al contrario, divertito dagli scherzi, le risa, ecc. e non sono per niente a disagio nel trovarmi solo a mezzanotte, passeggiando per l’Alzaia.

Da lì, proseguo il mio cammino, e mi imbatto in una struttura industriale, adiacente a Porta Genova: sì, proprio dove recentemente si faceva la Fiera di Sinigaglia. Vedo che è aperto, c’è anche un buttafuori: mi ci infilo. Mercato Metropolitano, si chiama così. Chissà se esiste da anni, e me lo sono sempre perso, oppure è una trovata per l’Expo. Però, mi piace. Gli spazi al chiuso del magazzino, quegli spazi dove una volta c’erano delle ribalte per i rimorchi, immagino, vengono riempiti, anche con nomi “famosi”: la pescheria di zio pesce, la macelleria di joe cipolla..però, è divertente!

Cammino, cammino, arrivo fino dall’altra parte (sono un esploratore, questa sera), per scegliere il punto migliore in cui fermarmi.

Mi attira un piccolo chiosco all’aperto, dove, ancora una volta, tanti giovani ballano sulle note, sparate fino a gracchiare, di Boogie, la nota canzone di Paolo Conte. Mi incuriosisce, perché è una veste nuova in cui mi si presenta il cantautore. Mi fermo, e resto meravigliato dall’eclettismo dei dj: salsa, mambo, cantautori anni 80, in un quadro frizzante ed intelligente. Rimango, e provo anche a ballare. Sempre con lo spirito del safari, perché, naturalmente, sono tra i più vecchi, là dentro, e, per giunta, da solo. Ma non importa. Rimango fino alla chiusura. Penso, come è diventata bella Milano. Giuro, è da tanto che non si vedevano delle novità.

Però, poi, decido che il momento di chiudere con il “fashion”, e di ritornare alla normalità decadente, alle fabbriche abbandonate, le luci più basse, ma anche il profumo forte dei gelsomini, e le aperture del cielo. Insomma, torno in Bovisa. Ai giovani hipster, piano piano si sostituiscono turnisti che ritornano a casa, cinesi in bicicletta, crocicchi dalle lingue sconosciute (dialetti africani, arabo, rumeno, ecc.). Ma la fontana di Piazza Bausan è una sicurezza: sono tornato. Adesso, finalmente, posso andare a leggere un po’ il giornale.