Il pilota che perse le ali

di Giordano Di Fiore


Siamo tutti rimasti scioccati alla notizia del pilota pazzo, che si schianta sulle Alpi francesi, per dare al suo suicidio un’allure di grandiosità, suscitando una gamma di emozioni che vanno dallo sconcerto, al panico, al ribrezzo, al terrore, all’odio. Emozioni legittime: la notizia è terribilmente drammatica, oltreché particolarmente insolita. Come sempre, in questi casi poco chiari, emergono altre verità, altre valutazioni, ma non è questo l’oggetto dell’articolo. Quello su cui vorrei porre l’accento, il fenomeno che mi lascia terribilmente sconvolto, è ciò che chiamerei lo stigma della follia.Da secoli, tutte le culture hanno nutrito una vera fobia del pazzo, perché è una diversità indomabile, incomprensibile, e dunque terrorizza, e va, di conseguenza, demonizzata, isolata. I pazzi sono stati incarcerati, torturati, bruciati vivi, picchiati, messi in catene e costretti a vivere come animali. Sono stati considerati figli del demonio, incarnazione del male, per questo puniti e così mondati dalla loro colpa.

In apparenza, l’epoca a noi contemporanea ha metabolizzato meglio il concetto di malattia mentale. Grazie all’azione di grandi uomini, i manicomi sono stati chiusi. Recentemente, in Italia, hanno deciso di chiudere anche gli ultimi manicomi criminali. Diciamo che le “grandi” malattie, come la schizofrenia, non sono più considerate effetto di satana, ma patologie diversamente curabili. Il problema è tutto quello che si frappone nel mezzo, tra la follia pura e la normalità.

Depressione, ansia, ossessioni, manie, fobie: sono disagi che la nostra epoca, frenetica ed individualista, vede crescere in maniera esponenziale. Eppure, siamo ancora molto lontani da una consapevolezza in merito. Questo tipo di malattia non viene accettato comunemente, come può essere il tumore, o la malattia cardiaca. Persiste la paura, dunque lo stigma. Da cui deriva un TERRIBILE senso di isolamento, da parte di coloro che vivono questi stati d’animo.

Persone in apparenza normali, ma che vivono il loro presente con grande angoscia, dolore e difficoltà. Ma sono costretti a fingere, a nascondersi, a mostrare che tutto va bene: grandi sorrisi su Facebook, feste con gli amici, aperitivi, palestra, selfie e discoteca. Salvo poi CROLLARE, drammaticamente. E non potrebbe essere diversamente: quando una persona sta male, si sente più debole, più attaccabile. Deve già dispiegare grandissime energie per contrastare il suo malessere: tutto il carico di tensione che si aggiunge per potersi fingere “sani” è deleterio, aumenta il senso di solitudine, aumenta il pensiero che gli “altri” stiano tutti meglio, e lui sia l’unico a vivere con questo immenso, ed inconfessabile, fardello sulle spalle.

Se così non fosse: se, al contrario, la malattia mentale fosse considerata accettabile, come una frattura, come una miopia..come tutto sarebbe più semplice. Scatterebbero reti di solidarietà e di assistenza naturali, spontanee. Andare da uno psicologo, da uno psichiatra, o presso un CPS, non sarebbe più considerato come andare dallo spacciatore. Potrebbe essere semplicemente una visita consuetudinaria, talvolta anche un episodio di cui poter simpaticamente parlare con gli altri.

Ed a questo punto, non ci si sentirebbe più tentati dalle “grandiosità” suicide, non verrebbe più voglia di schiantarsi da 10.000 metri sulle rocce, trascinandosi dietro altre 150 persone innocenti, e rafforzando ancor più lo stigma del pazzo. Sempre, naturalmente, che quanto ci hanno raccontato sia vero.

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